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  • 9-13 17-20

Loto, il fiore che avvicina al Nirvana

Nasce in condizioni estreme per trasformarsi in un simbolo di leggiadria. È amato dai maestri spirituali e qui dà vita a emozionanti intermittenze del cuore

Le mattine d’estate ai Mercato dei fiori di Castellammare sono particolarmente piacevoli, sono le 5 del mattino c’è già la luce, l’aria è fresca, i fiori estivi sono un inno alla bella stagione, la quantità di piante fiorite sono un invito ai futuri clienti a vivere al meglio balconi  e giardini!

Un fornitore mi chiama : «I fiori che piacevano a vostro padre sono arrivatia» e così dicendo alza in aria un fascio lunghissimo di steli racchiusi un cappuccio di foglia. Sorrido, è davvero estate, è proprio vero sono i fiori di Ugo Pellecchia, rispondo ridendo.

La stagione del fior di Loto è arrivata!

Li acquisto senza neanche chiedere il prezzo, qualunque esso sia li avrei comprati comunque, perché non compro solo un fascio di fior di Loto compro un fascio di ricordi…

Anni ’60-70, in negozio due volte a settimana mio padre andava in stazione a ritirare un cesto di canne stracolmo di fiori di Loto, le corolle erano ricoperte di giornali (per mantenere il grado di umidità). Liberati dalle carte non restava che sfogliarli. I bei petali rosa si schiudevano fra le mie piccole dita, mio padre era così entusiasta che nell’aria c’era sempre una sensazione di meraviglia e di energia positiva.

Era un fiore molto di moda all’epoca, non c’era salone in case importanti che non sfoggiasse un bel vaso con composizioni di fior di Loto.

La foglia gigantesca diventava un gioco per me bambina, mio padre faceva ruotare le gocce d’acqua all’interno che come per magia diventavano palline simili a biglie. «Sono piante che vivono sull’acqua -mi diceva- l’acqua non le bagna.»
Poi successe una cosa straordinaria, in un bellissimo giorno d’estate Cencio e Cecchina Gallamini di Lugo (Ravenna) furono nostri ospiti.

Cencio Gallamini per mio padre era un mito. Nel primo decennio del dopoguerra Vincenzo Gallamini (detto Cencio) di ritorno da un viaggio in Giappone, portò con sé alcune piante di Loto che pose in uno specchio d’acqua di ben due ettari. La pianta si adattò talmente bene che la famiglia Gallamini acquistò il lago per valorizzare le potenzialità naturali finalizzate anche ad impianti vivaistici.

Furono dei giorni meravigliosi, Cecchina era un ottima cuoca passava tutto il tempo in cucina con mia madre a cucinare i suoi piatti regionali e a scrivere ricette, Cencio invece era sempre con mio padre in giardino, contemplava estasiato la flora mediterranea e le piante esotiche.

E’ difficile descrivere la gioia di quei giorni, era un tempo dove vivere era empatia, donarsi per arricchire le proprie conoscenze non solo lavorative ma anche d’affetto. E quel grande affetto esplose proprio come un seme di loto quando Cecchina sapendo che io e mia sorella non avevamo conosciuto le nonne materne disse: «Chiamatemi nonna Cecchina».Cencio si adeguò col suo carattere più silenzioso a diventare Nonno Cencio!

Sono in negozio, quante cose sono cambiate, quell’Italia bella di cui ero spettatrice con occhi da bambina non c’è più, mio padre non è più in negozio, i clienti sono più distratti immersi sempre più in un mondo virtuale, a casa si sta poco, i fiori si acquistano frettolosamente, un fiore di Loto dura troppo poco per una società che mira all’eterna giovinezza e ha poca dimestichezza con la poesia e storie romantiche.
«Signora, nel mio paese questi si chiamano Nelù» – E’ la voce di Samara a riportami alla realtà; è il mio nuovo dipendente viene da Goa, non parla molto, ed io rispetto il suo silenzio non conoscendo la sua cultura. Nonostante il suo stentato italiano mi fa capire aprendo le braccia l’immensità dei Loto nella sua terra!

Che bello Samara, deve essere uno spettacolo l’India in fiore!

Nelù ripeto, che nome dolce, un nome perfetto di bimba bella, di principessa indiana!

Samara è buddista, è una persona gentile, molto laboriosa, il sorriso fa parte di lui.

L’essenza del buddismo in un fiore

E’ proprio questo Loto rosa ad otto foglie il trono sopra cui siede Buddha.
Tutta la filosofia buddista ruota intorno al Loto, un fiore che nasce dal fango, dai bui acquitrini che poi, grazie a un’energia che il pensiero buddista attribuisce alla volontà naturale delle piante produce un fogliame aereo sospeso sul pelo dell’acqua con l’apoteosi dello sbocciare del fiore. Un’ascesa in verticale verso la purificazione e il raggiungimento del nirvana dove nulla può più macchiare l’animo umano neanche l’acqua.

Il bel lago creato da Cencio di fior di Loto è ancora lì, le piante si sono moltiplicate, oggi la famiglia Gallamini l’ha donato alla città. Perché ogni uomo possa ricordarsi che vivere è un percorso di suolo, tenebre, acqua, aria, luce.

 

Anny Pellecchia

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