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1970 – 2022 Bentornate Idroponiche!

Me lo ricordo il negozio negli anni ‘70 ! Ero solo una bambina, ma all’epoca si cresceva dietro i banconi dell’attività dei genitori...Ricordo le mensole con i moderni vasi Vastil dalle forme stravaganti, coloratissimi o verde trasparente; con riserva d’acqua!
Ricordo l’entusiasmo dei miei genitori nel presentare ai clienti la novità assoluta di quegli anni fulgenti!
“ Idroponiche. Piante che vivono in acqua,con pochissima manutenzione!”
Per la donna moderna sempre di corsa (tra casa, lavoro e bambini; o in ufficio) in ogni luogo la pianta Idroponica è la soluzione perfetta!
All’epoca quattro erano i punti fondamentali di tanto successo della coltura in idrocoltura:
poche cure; nessuna necessità di particolari conoscenze specifiche; resistenza (anche per lunghi periodi di assenza dovuti a vacanza, o lavoro); lunga vita della pianta!
Un successo! Le piante si compravano come il pane! Insieme alle piante spesso si accompagnava l’acquisto di una sostanza “magica” racchiusa in un barattolino bianco con la scritta, di colore verde del prodotto ( Lewatit) …Concime specifico, insostituibile perché il “miracolo”- grazie alla Chimica- si compisse.
Granellini di colore arancio venivano versati nel fondo del vaso e voilà la panacea del vivere si rivelava finalmente possibile!
Infatti il fertilizzante “a scambio ionico” era la chiave vincente della moderna idrocoltura anni 1970!
Bastavano pochi grammi di prodotto e la cura della pianta veniva ridotte al minimo.
Solo ogni sei mesi era necessario il cambio dell’acqua.
Infatti l’acqua con sorpresa generale di noi tutti durante i lunghi mesi, rimaneva ricca di sostanze nutrienti e limpida!
Ancora fino a pochi anni fa qualche anziana signora mi chiedeva il concime “miracoloso”, memore dei lontani anni ‘70!
Sembrava che il fantastico mondo dell’idrocoltura fosse caduto nell’oblio...finché (poche settimane fa) i fornitori del mercato spedirono le immagini dei i nuovi arrivi tramite Whatsapp!
Incredula ingrandii l’immagine ..bocce d’acqua su basi luminose, contenenti piante di Ficus lobata, Monstera, Philodendron... Bottiglie colorate contenenti anch’esse piante in idrocoltura…Altre forme stravaganti di vetri con le stesse varietà.
Si può immaginare il mio entusiasmo! Le piante Idroponiche di nuovo tra noi !
In effetti in tutti questi anni l’idrocoltura, quantunque sparita dalle mensole dei fioristi, aveva intrapreso un percorso molto importante: la produzione di frutta e verdura in luoghi desertici.
Nei super mercati degli Emirati non sarà difficile trovare confezioni di fragole, mirtilli, pomodori, cetrioli , insalate prodotti in fattorie Idroponiche!
Ma la scommessa da qui al 2050 è molto più ardua.
Entro il 2050 la popolazione mondiale si prevede sarà 9,7 miliardi di persone. Con tale “aumento vorticoso” di persone ci sarà (inevitabilmente) una cospicua riduzione di terre coltivabili.
Tali -colossali-cambiamenti demografici, richiederanno studi di nuovi metodi di produzione.
Le “Fattorie verticali”, previste per “ produzioni di specie vegetali su più livelli sovrapposti” potrebbero essere la chiave di drastica e consistente svolta.
Le produzioni cambierebbero il loro spazio: da orizzontali diventerebbero verticali...ovviando così il consumo del suolo.
In più, la riduzione dell’uso di pesticidi e agrofarmaci; il risparmio idrico (fino al 90% contro l’attuale, all’aperto), il controllo delle soluzioni nutritive e la relativa semplicità di realizzazione ...fanno ben sperare in un” mondo più consapevole”.
Modelli innovativi di’ necessità planetaria’... in un vicino futuro potrebbero essere inseriti anche in contesti più piccoli come le “formule” di orti urbani.
Intanto in negozio, nuove generazioni guardano incuriositi le “nuove” piante Idroponiche! Belle da esporre in salone; bar, studio, ristoranti… La luce, l’acqua, le radici, la chioma verde creano nuove atmosfere ed arredamenti “glamour”.
Una cliente avvicinandosi ammaliata, ne compra una.
Sarà ‘la luce da notte’ della stanza della figlia.
-Mi piace pensare a quest’immagine: una bambina che si addormenta guardando al Futuro.
Le nuove generazioni hanno il diritto di godere la bellezza del pianeta Terra.
Sarà possibile solo suscitando “nuove coscienze ambientai” su scala mondiale!

Annie Pellecchia

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 Copyright © Ugo Pellecchia

 

 


 
Il cuore grande dell’Anthurium

Bella, romantica, esotica e per di più longeva e benefica. Il viaggio di Anny fra le meraviglie della natura ricomincia con una pianta che inneggia all’amore, il sentimento che dà un senso alla vita di noi tutti

Un grande vaso di fiori di Anthurium recisi è sempre in bella mostra per dare il benvenuto a tutti i clienti che entrano nel nostro negozio di fiori.

Mio padre ne andava matto, tagliava grandi foglie di palma o di Strelitzia augusta per creare lo sfondo adatto e con il suo magico entusiasmo contagiava inevitabilmente tutti quelli che gli erano vicini. Ammaliava le signore della ricca società con il suo savoir-faire. Accolte come delle dive, venivano invitate ad ammirare i cuori delle Hawaii e naturalmente ognuna di loro non poteva che farsi mandare a casa quel sogno esotico fatto di Anthurium con tanto di foglia gigantesca.

Debutta Choco e diventa una star

Dai miei ricordi di bambina anni ’70 ad oggi, ne ha fatta di strada l’Anthurium. A quei tempi le varietà di fiori recisi non arrivavano a dieci, mentre adesso, grazie all’ibridazione, abbiamo una quantità incredibile di colori e sfumature. Il primo ad aprire le danze di ciò che da lì a poco avremmo potuto godere fu l’Anthurium colore cioccolato.

Ricordo ancora lo stupore per il primo ‘Choco’! Fu scelto un nome così intrigante per il lancio di un colore del tutto innovativo. Era perfetto lavorato a Natale con elementi oro, oppure in estate accoppiato con tinte a contrasto per esaltarne la particolarità! E poi chiunque amasse il cioccolato non poteva non desiderarlo o comunque rimanerne incuriosito.

Poi ci furono i meravigliosi stand alle fiere del settore e lì davvero non bastavano due occhi per guardare ciò che l’uomo era stato capace di creare. Non solo un carnet di colori incredibile, fino agli estremi glitterati, ma anche le varie dimensioni della brattea e dello spadice si prestavano per infiniti lavori che avremmo poi realizzato.

Dalle misure maxi, perfette per scenografie di grandi ambienti, fino alle mignon, per deliziosi bouquet leggeri e resistenti soprattutto alle temperature estreme estive.

Resiste e purifica

Eh sì, perché come tutti sanno, il fiore di Anthurium può durare anche un mese se ben accudito. Più di una volta i clienti hanno elogiato la resistenza dei fiori acquistati diverse settimane prima in negozio: «Incredibile, un mese di bellezza!». E così l’Anthurium conquista la fidelizzazione dell’acquisto sicuro, che per un fiore non è poco.

Per non parlare delle piante in vaso, che tra quelle domestiche sono le più longeve e purificatrici dell’aria.

I fiori a forma di cuore sono senza alcun dubbio tra i più duraturi sulla Terra. L’ennesima prova della straordinaria capacità creativa della Natura.

 

Annie Pellecchia

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Copyright © Ugo Pellecchia & Il Floricultore

 


 
Tarzan, Jane e lo spettacolo delle piante carnivore

Claudia ed io, andavamo matte per Tarzan. Erano gli anni ’70 e la RAI trasmetteva per la TV dei ragazzi gli episodi americani in bianco e nero di “Tarzan il Re della giungla”.

Tarzan era magnifico, la sua agilità mentre correva nell’intricata foresta, i suoi spostamenti volanti aggrappato alle liane erano spunti per nuovi giochi all’aria aperta! 

Nulla poteva spaventarlo. La foresta era un luogo pieno di sorprese, mille pericoli, mille situazioni da risolvere, combattimenti con bestie feroci, sabbie mobili, serpenti, tarantole. Ogni episodio era un’immersione totale nella Natura, la stanza si riempiva di canti di uccelli, grida di scimmie, ruggiti di felini. E poi c’era l’incredibile urlo di Tarzan!

La prima carnivora non si scorda mai

In un episodio, Tarzan rimase intrappolato in una gigantesca pianta carnivora. Ricordo lo sforzo enorme delle sue braccia muscolose per liberarsi dal morso delle foglie dentate! Ancora una volta il nostro eroe era salvo. Un giorno, poi, accadde una cosa incredibile: mio padre portò per la prima volta in negozio proprio delle piante carnivore, per la precisione una Dionaea muscipula. La stessa pianta con cui Tarzan aveva combattuto, ma infinitesimamente più piccola. 

Ebbi il permesso di prenderne una tutta per me e con la mia amica del cuore iniziammo ad osservarla. Stuzzicammo i lunghi piccioli delle foglie e dopo un po’ la “bocca vegetale” si chiuse. Eccitatissime decidemmo di passare alla fase due. Ovvero, cercare del cibo per la nostra carnivora.

Aprimmo il frigo e, dopo una veloce consultazione, optammo per una fetta di prosciutto.

Urlanti di gioia, la pianta intrappolò il pezzo di salume. Fu solo monitorandola nei giorni successivi che capimmo che qualcosa era andato storto.

Ancora oggi con Claudia ridiamo ricordando la fetta di prosciutto assassina. Da quel giorno non mi azzardai più a cibare le Dionee!

 

Oggi in tutti i negozi di fiori, supermercati e vivai facilmente si può acquistare facilmente una pianta carnivora: una Dionea, una Nepenthes, una Sarracenia, una Drosera. Tutte possiedono fascino e soddisfano i collezionisti, che anno dopo anno aumentano sempre più. Concorre il fatto che non è difficile curarle: bisogna assicurarsi che i sottovasi abbiano sempre 2-3 cm d’acqua (non di rubinetto o bottiglia ma piovana, osmotizzata o distillata), amano la luce filtrata e il caldo dell’estate. Possono rimanere all’aria aperta, ma con l’arrivo del freddo vanno tenute riparate dal gelo.

Tutti, ma proprio tutti si fermano davanti al mio negozio per ammirarle. Tutti mi chiedono se per davvero mangiano gli insetti. Le piante carnivore usano gli insetti per ricavare azoto, fosforo e oligoelementi che non trovano nei terreni dove crescono. Le loro trappole sono infallibili. Oltre le chiusure a scatto delle foglie, secernono una sostanza collosa che sembra rugiada (Drosera); gli insetti, ingannati dal tranello, rimangono intrappolati inesorabilmente. La pianta a quel punto produce degli enzimi e inizia a digerire vivo il malcapitato. Scene da film horror, ma l’acquisto è garantito pur di immaginare una zanzara agonizzante!

Un giorno, una cliente mi mostrò orgogliosa le foto di mosche intrappolate nelle piccole fauci della sua Dionea. Rimasi di stucco, davvero un banchetto nuziale.

Tra le rarità botaniche della Costiera Amalfitana

Le carnivore mi stupirono ancora una volta anni fa. Non avrei mai pensato che in Italia e proprio a pochi chilometri da casa mia vivesse una colonia così numerosa! Sfogliando per caso una rivista culturale di Gragnano e i Monti Lattari, mi soffermai su un articolo del prof. Giuseppe Di Massa. Seguendo le sue indicazioni mi inoltrai in un luogo incredibilmente fantastico: la riserva naturale Valle delle Ferriere, una piccola foresta intatta da secoli, facilmente raggiungibile da Pontone, frazione di Scala (SA), in Costiera Amalfitana. Percorrendo una comoda mulattiera, dopo un paio di ore di piacevole passeggiata tra boschi e bellissime cascate ci si trova immersi in un ambiente caratterizzato da un clima tipicamente equatoriale. Un luogo incantato per gli appassionati di botanica: orchidee selvatiche, felci di grandi dimensioni (Woodwardia radicans) e soprattutto la Pinguicula hirtiflora. Piccola, delicata e rarissima, è un autentico fossile vivente sopravvissuto alle glaciazioni. Conosciuta anche con il nome di “erba unta amalfitana”, questa piccola pianta ha un fiore violaceo a calice e foglie lattiginose che, ripiegandosi su sé stesse, digeriscono gli insetti con particolari enzimi. Mentre ammiravo estasiata le piante, una sagoma comparve alle mie spalle, per poco non morivo di paura. Era una guardia forestale! Dissi la cosa più stupida che mi venne in mente per sdrammatizzare il mio panico: «Pensavo fosse Tarzan!». La guardia rise di gusto: «Sì, sono Tarzan “versione 2000”, la nostra missione è sempre salvaguardare la Foresta. Jane, mi raccomando, non cadere nel ruscello, qui di liane non ce ne sono!».

 

Annie Pellecchia

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